Intervista a Dario Argento

Scusi, Mister Horror, che brivido si prova a vincere il Festival?
Quando accadrà glielo dirò.

Parlavo di vittoria morale.
Intanto quella vera è andata a Michael Haneke per il film Amour.

Ma il vero colpaccio l’ha fatto lei.
Che c’entra, io partecipavo fuori concorso.

Concorso di colpa: ha fatto fuori un tabù storico.
Allude al fatto che per la prima volta il genere horror è stato ammesso al Festival?

Un successo che vale la Palma d’oro.
La ringrazio, ma francamente mi sembra un po’ tirata per i capelli.

A proposito di capelli, ma chi glieli taglia?
Da solo. Come sempre.

Non si fida delle mani dei parrucchieri?
È un mio vezzo.

Per questo riprende sempre e solo le sue mani nei suoi film?
È un modo di firmare la mia opera.

Come Alfred Hitchcoch?
Un accostamento da paura.

Paura del confronto?
L’ho sempre considerato il mio maestro. Non sono queste le paure.

E quali, allora?
Quelle interiori.

Profondo nero?
Una macchia nera che parte dal mio subconscio.

Roba da strizzacervelli?
Una volta all’anno vado a Vienna, alla casa di Freud.

Una specie di pellegrinaggio della psiche?
Mi ha fatto scoprire la conoscenza interiore.

Paure più concrete?
La crisi economica, il futuro incerto e disperato.

E la morte?
Si vede tutti i giorni in televisione. Spaventa meno.

Quindi oggi è più difficile spaventare?
No, il meccanismo è sempre lo stesso: colpire il subconscio.

Per questo l’horror è stato sdoganato?
La presenza del mio film a Cannes è un segnale di fiducia.

Però non si è fidato perché ha partecipato fuori concorso?
L’importante è che il Festival accetti l’horror con tutti i suoi rituali.

Per rispettare i rituali, la sua proiezioni è avvenuta a mezzanotte.
Abbiamo puntato sul genere non sull’orario.

Ha puntato anche su un classico come Dracula.
Ma in 3D. Una vera rivoluzione.

Stregato dalle nuove tecnologie?
Mi hanno sempre affascinato. Ma aspettavo la spinta giusta.

Chi gliel’ha data?
Le mie figlie Fiore e Asia.

Nuova tecnica e nuovo stile?
Un po’ sì. L’effetto tridimensionale dà profondità alla scena.

Perfetto per l’horror?
Perfetto per ogni genere.

Sì, però ha iniziato con Dracula.
Il mio è un Conte un po’ dandy bello e romantico.

Niente terrore?
Certo, soprattutto quando si trasforma in lupo.

Ha girato con i lupi veri?
Ho rischiato di essere sbranato.

Attimi di panico?
C’era l’addestratore. Ma gli occhi dei lupi avevano qualcosa di terrificante, quasi magico.

Magia nera?
Qualcuno l’ha ipotizzato.

Per questo l’ha girato a Torino, capitale dei riti satanici?
Conosco Torino, vi ho vissuto per anni. E’ l’unico posto dove ho trovato il castello giusto.

E quelli della Transilvania?
Sono diventati agriturismi o musei del Male.

Perché le piace filmare il Male?
Perché credo in Dio.

Ho paura di non avere capito.
Sono un credente e quindi credo nel Maligno e quindi ne ho paura.

Aveva paura anche di vedere la Madonna?
Ero piccolo e la pregavo di non apparirmi.

Mi appare tutto troppo strano.
Ha ragione, perché si trattava della scena di un film.

Può svelarmi il thriller della sua fede?
Non c’è niente di misterioso. Sono un cattolico che va a Messa la domenica.

Però crede nell’esoterismo?
Soltanto come fatto culturale, non come realtà soprannaturale.

Ma i suoi film sono pieni di vampiri, streghe?
Sono una metafora del nostro intimo, inviano il messaggio di una felicità impossibile.

Chi è più ricettivo?
Il pubblico femminile. Le donne riescono subito a percepire la mia sensibilità, il mio discorso interiore.

Non è quindi un mostro, come dicono?
Non mi preoccupo delle etichette che vorrebbero l’uomo uguale all’artista.

Sì, ma da qualche parte le deve pur trovare le scene che ci terrorizzano?
Dialogo molto col mio lato oscuro.

E cosa vi dite?
Riaffiora tutto di me. C’è un confronto-scontro molto stimolante.

Alla fine, come si sente?
Felice e appagato.

Nessun senso di colpa?
E perché? Non danneggio nessuno, anzi.

Anzi?
Ho portato la musica classica al grande pubblico.

Insanguinando anche Tchaikovsky.
Concerto Numero 1 per piano nel film Una farfalla con le ali insanguinate. Però c’era anche il rock.

Schizofrenia musicale?
Forse una conseguenza.

Conseguenza di quella mentale?
Non lo escludo.

Come se ne esce?
Con un po’ di suspense, s’impara a conviverci.

Grazie a chi?
Al cinema.

Intende il set?
No, proprio le sale cinematografiche.

Faceva la maschera?
Ero molto giovane e mi sentivo nel mio mondo soltanto in una sala cinematografica.

E senza quelle sale?
Forse sarei diventato il mostro che la gente si aspetta.

Tipo?
Con un passato pieno di perversioni, incubi, traumi.

Invece?
Ho avuto un’infanzia serena, ero un boy-scout. Un bambino semplice, genuino senza ombra di morbosità.

Poi, cos’è successo?
A 11 anni ho incontrato Edgar Allan Poe e sono stato conquistato dalle sue atmosfere. C’era sempre un suo libro sul mio comodino.

E adesso?
Un libro francese sulla stregoneria nell’antica Roma e nell’antica Grecia.

È sempre stato un divoratore di libri?
Solo quelli che mi affascinano. Non certo i libri scolastici.

Come andava a scuola?
Ho abbandonato il liceo classico al secondo anno.

E poi?
Mi sono trasferito per un anno a Parigi.

Come si manteneva?
Facevo un po’ di tutto, anche il lavapiatti. Stavo sempre in cucina.

Saprà quindi cucinare?
È un giallo.

Si riferisce al risotto?
Anche! Quello che non mangio è la carne e rinuncio volentieri a un pasto al giorno.

A cosa invece non rinuncerebbe mai?
Ai viaggi. Spendo i soldi dei miei film per viaggiare.

E quando non viaggia con chi vive?
Con mia figlia Fiore e una governante brasiliana.

Brasiliana come sua madre?
Una forma di saudade all’italiana.

In cosa si sente brasilero?
Nella voglia notturna di musica e di balli.

Perché notturna?
Di notte mi tuffo nella vita, vado nelle discoteche. Parlo con gli amici.

Amici delle tenebre?
Chi ha storie vere da raccontarmi.

Altre stranezze?
Cercare casolari sperduti nella campagna dove aspettare che arrivi l’alba.

Magari con i fantasmi?
Mi piacciono i fantasmi veri. Ho paura di quelli mentali.

I fantasmi con la maglia celeste, per esempio?
Sono da sempre tifoso della Lazio. Mi piace la fisicità dello stadio. Il brivido dell’urlo finale.

È sempre stato tifoso laziale?
Una questione di famiglia.

A proposito di famiglia: chi l’ha più influenzata tra suo padre e sua madre?
Mia madre Elda. Nel suo studio fotografico c’erano sempre attrici bellissime.

Dopo quelle visioni ha deciso di dedicarsi al cinema?
In famiglia si respirava cinema. Mio padre Salvatore, un perugino di origini siciliane, faceva il produttore cinematografico.

Predestinato al cinema?
All’inizio non mi vedevo come regista.

Come si vedeva?
Come giornalista.

E invece?
Ho provato a rappresentare le mie sceneggiature. Così è cominciato tutto.

Chi l’ha aiutata?
Mio padre. Ha prodotto i miei primi film.

E poi lei, come suo padre, ha lanciato le sue due figlie?
Fiore, la più grande, ha girato Demoni, Phenomena e Il Cartaio. Si occupa anche di moda e di restauro.

Asia invece fa l’attrice a tempo pieno?
Siamo legati da questo lavoro. È la mia attrice preferita.

È innanzitutto sua figlia.
Non basta. Alla fine, è il talento che conta.

Il suo chi l’ha scoperto?
Sergio Leone, che mi affidò la stesura, assieme con Bernardo Bertolucci, del soggetto di C’era una volta il West.

Dal western all’horror, sempre questione di sangue?
E continua a piacere. Soprattutto all’estero.

Che fa, il Nemo propheta in patria?
No, però ho molti fans in Francia, Giappone e Stati Uniti.

Per questo Stephen King vuole che tragga un film da un suo libro?
Me l’ha chiesto due volte. Ma non se n’è fatto nulla.

C’era poca suspense?
Le storie erano troppo lunghe, non andavano bene per il mio cinema. Avrei tradito il testo.

Avrebbe tradito soprattutto il suo stile horror.
Non è uno stile ma qualcosa che è dentro. E si riflette su ogni ruolo.

Anche sul ruolo di nonno-horror?
Sono un nonno come tutti gli altri.

E magari racconta la favole?
Certo, quelle che mi piacevano da piccolo.

Piene di zombi e mostri?
No, quelle classiche dei fratelli Grimm e di Andersen.

Tra Biancaneve e la strega per chi tifava?
Secondo lei?


A cura di: Claudio Pollastri

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